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QUANTO COSTA INGAGGIARE UN DETECTIVE?

Quando ci si reca in un’agenzia investigativa farsi un’idea chiara del costo complessivo da affrontare è – spesso – problematico poiché oltre alla “manodopera” vengono addebitate al cliente anche le spese, ossia un tot per ogni chilometro percorso a titolo di pedinamento (anche 1€ al km), documentazione video o fotografica a parte, ecc.
Non è difficile – purtroppo – trovarsi nella spiacevole situazione di dover chiedere chiarimenti di fronte ad una fattura “gonfiata” rispetto alle attese.

I NOSTRI CONSIGLI PRELIMINARI
1) Assicurarsi che l’agenzia prescelta abbia i “titoli”, ossia la licenza/autorizzazione rilasciata dalla competente prefettura, nonché il “nulla-osta” che rende valida nell’attualità l’autorizzazione che ha durata/scadenza triennale;

2) L’autorizzazione deve essere affissa in modo visibile presso la sede dell’agenzia investigativa (assieme ai tariffari) ma potete chiedere alla prefettura locale se l’investigatore privato a cui vi state rivolgendo abbia i titoli in ordine, potrebbe – infatti – per diverse ragioni aver patito una sospensione temporanea della licenza che rende inefficace la medesima;

3) Accertatevi che il detective sia esplicitamente autorizzato ad occuparsi del vostro caso specifico, per esempio le licenze per svolgere indagini di natura penale o civile sono distinte e separate e queste ultime devono annoverare specificatamente i settori in cui può operare l’investigatore;

4) Esigete la stipula di un contratto (o lettera d’incarico) chiaro e privo di riferimenti ambigui – anche in ordine al preventivo di spesa – e assicuratevi che il servizio venga regolarmente iscritto nel “registro affari” e venga correttamente fatturato;

5) Non fidatevi delle informazioni raccolte on-line perché – sovente – sono autoreferenziali e ingannevoli ma cercate – piuttosto – referenze certe, l’ideale è aver conosciuto qualcuno che si è rivolto a quel professionista ed è rimasto soddisfatto (passaparola).

Sappiate – infine – che le licenze rilasciate dopo il 2010 impongono ai loro possessori requisiti maggiori e ben diversi rispetto a quelle concesse antecedentemente.

IL COSTO ORARIO
In linea con il proprio tariffario ufficiale (depositato), ogni agenzia investigativa applica discrezionalmente un costo orario in base alla tipologia dei servizi offerti. Vi ricordiamo che “discrezionalmente” significa che dipende da un criterio di giudizio personale, ossia ognuno fa come gli pare…

Qui nasce il primo problema poiché mentre un meccanico – per esempio – per eseguire una riparazione si deve rifare necessariamente ad un “tempario” che stabilisce i tempi medi per eseguire un certo tipo di intervento, l’investigatore privato se deve scoprire la fedeltà o meno di un soggetto, tanto per fare un esempio, non può certo sapere in anticipo quanto tempo occorrerà per risolvere il caso.

Ecco che diviene fondamentale preparare un “planning” attraverso cui stabilire gli orari in cui si vuole/deve monitorare il partner ipoteticamente infedele applicando le strategie meno dispendiose, compresa la possibilità di utilizzare le tecnologie a disposizione, purché consentite dalla legge.

Appare evidente che le variabili possibili – rispetto alle previsioni – possono essere molteplici ed è – pertanto – sempre problematico rispettare in modo certosino un piano di lavoro per quanto architettato con cura.
Tradotto vuol dire che il cliente può trovarsi a spendere cifre molto diverse da quelle preventivate.

CONCLUSIONI
La nostra opinione è che andrebbe superato il metodo del compenso orario perché riserva troppe incognite per il cliente e andrebbe introdotto – invece – quello del preventivo forfettario, omnicomprensivo di spese.
In base all’incarico ricevuto si chiede una somma di denaro specifica al committente che non dipenderà più dal tempo impiegato per svolgere l’indagine o dai chilometri percorsi dall’agente incaricato, così il cliente non si troverà alcuna sorpresa ed è maggiormente tutelato.

Una metodologia del genere – però – possono permettersela solo agenzie molto ben organizzate che hanno alle loro dipendenze diversi collaboratori e una struttura alle spalle di una certa dimensione.

Altro aspetto da chiarire alla committenza è che la parcella corrisposta all’investigatore privato non compensa il risultato ma il lavoro svolto. Mi spiego meglio. Un cliente se affida il rintraccio di una persona scomparsa al detective non paga una somma di denaro in base al fatto se è stato o meno ritrovato il soggetto sparito ma eroga un corrispettivo per le indagini occorse a cercarlo.

Giusto per dare un’idea al lettore – comunque – in base alla mia esperienza ventennale nel settore se dovessi ingaggiare un investigatore privato il suo onorario dovrebbe oscillare tra i 35 e i 50 euro l’ora. Cifre molto diverse da queste (superiori/inferiori) devono indurvi a cambiare strada.


DEMETRA GROUP
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Sede legale:
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NASCE L’ASSOCIAZIONE DI PROMOZIONE SOCIALE

Siamo lieti di annunciarvi che in data 1° LUGLIO ’16 è nata l’Associazione di Promozione Sociale denominata “IL CIRCO DEI FAZIOSI”. Di seguito gli scopi:

  • Metter al bando tutti i comportamenti contrari alla giustizia o che – comunque – costituiscono una violazione del diritto altrui e aspirare all’abolizione di ogni forma di sfruttamento che produca danni materiali o psicologici;
  • Assumere iniziative e svolgere azioni volte a realizzare o a ripristinare la giustizia, anche nei rapporti tra le istituzioni e la collettività o il singolo e censurare i comportamenti illeciti, anche se cagionati dall’autorità giudiziaria;
  • Aiutare il cittadino a risanare un diritto calpestato o un torto subito secondo i principi dell’equità e della corretta applicazione delle leggi;
  • Ricercare soluzioni unitarie con le altre associazioni dei consumatori nazionali con la finalità di proporre progetti a favore dei cittadini vittime di ingiustizie;
  • Studiare l’evoluzione e le trasformazioni delle tecniche utilizzate da coloro che producono illeciti profitti con danno altrui e approfondirne le tendenze e le consuetudini per fornire agli associati idonei strumenti di difesa per una prevenzione efficace;
  • Monitorare e contrastare le condotte finalizzate, attraverso artifici e raggiri, a trarre benefici illegittimi;
  • Improntare campagne mediatiche sui casi trattati dall’associazione, utilizzando soprattutto la comunicazione online (social media, siti web, newsletter e riviste online, podcasting, ecc.) per raggiungere il target di riferimento;
  • Contribuire ad aumentare la conoscenza, la competenza e la consapevolezza dei nostri associati in merito ai temi trattati dall’associazione;
  • Informare e sensibilizzare i cittadini/consumatori sui casi trattati dall’associazione;
  • Impegnarsi ad acquisire e mantenere i requisiti delle Associazioni di Promozione Sociale e aspirare ad iscriversi al relativo registro regionale/nazionale.

LEGGI LO STATUTO

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INDOVINI E FATTUCCHIERE TRAVESTITI DA DETECTIVE

Caro Investigatore Privato,

avrei voluto esordire con “caro collega” ma alcuni di voi si sarebbero risentiti in quanto per “collega” si intende chi svolge la stessa attività lavorativa o professionale ed io – per le menti piccole – non ho più la licenza dal 2009 dunque, trascurando che potrei occuparmi di investigazioni anche solo nel ruolo di “collaboratore” o risultare nella compagine sociale di una agenzia investigativa, non mi ritengono un loro collega, senza sapere – tra l’altro – che non sono affatto orgoglioso di appartenere a detta categoria considerato che è infestata da un numero consistente di ciarlatani con licenza, come avrò modo di spiegare meglio più avanti.

Per inciso non sono più in possesso di quella licenza-burla per una mancata attivazione della sede legale a causa di un trasferimento all’estero, non certo per aver perso i requisiti soggettivi, come vorrebbe qualche maligno. E – tra l’altro – stiamo per tornarne in possesso attraverso una delle nostre società…

Iniziai detta attività nel lontano 1997 e prima di me, mio padre operò nel settore per circa 30 anni fino alla sua prematura scomparsa. In questi 20 anni di esercizio della professione ho conosciuto molti investigatori privati, anche per l’associazionismo di cui mi occupo dal 2010. In oggi mi pregio di rivestire – infatti – la carica di segretario nazionale dell’Associazione Professionale Investigazioni e Sicurezza (APIS) della quale sono anche uno dei soci fondatori.

Vi assicuro che alcuni – direi pochi – tra gli investigatori privati che ho conosciuto nel tempo sono professionisti molto preparati, seri, affidabili mentre la maggior parte, purtroppo, sono soggetti senza esperienza e ciò è drammaticamente palese e dimostrabile. Mi sono chiesto – spesso – come abbiano ottenuto la licenza e da quali esperienze provenissero costoro e ogni volta che sono riuscito a scoprirlo mi sono stupito. Solo nell’ultimo anno ne ho conosciuti un paio che meriterebbero la revoca immediata della licenza per comprovate incapacità tecniche dovute ad una imbarazzante ignoranza.

In buona sostanza in tanti, probabilmente troppi, sono in possesso di quella licenza senza aver mai fatto neppure un giorno di “praticantato” presso un’agenzia investigativa a differenza dello scrivente che ha operato continuativamente in quel ruolo per ben cinque anni, a parte essere – comunque – il figlio di un detective formidabile. E non ho fatto solo pedinamenti e appostamenti, bensì indagini, anche di una certa complessità. Questi sono fatti ineluttabili.

Mi duole vedere la reputazione degli investigatori privati italiani gravemente compromessa proprio a causa di questi soggetti che si sono ritrovati l’autorizzazione in tasca senza sacrificio alcuno ed esercitano la professione improvvisandosi quotidianamente senza aver ricevuto una formazione teorico-pratica di alcun tipo.  Acquisire “on the job” le competenze professionali necessarie affiancati da un investigatore esperto è fondamentale per imparare i rudimenti (e non solo) di una professione complessa e affascinante come quella dell’investigatore privato e per fortuna la mini-riforma del 2010 ha messo un po’ d’ordine in questo caos, anche se andava strutturata meglio.

C’è da dire che prima che avvenga un ricambio generazionale tra gli investigatori (circa 3.000) che hanno conseguito il titolo con il vecchio ordinamento e quelli che hanno i requisiti sanciti dal D.M. 269/’10 di acqua sotto i ponti ne dovrà passare tantissima, troppa. Nel frattempo i clienti potenziali potrebbero capitare nelle mani di indovini e fattucchiere travestiti da detective senza saperlo. E questo è un guaio serio pericolosamente sottovalutato, ancor più dell’abusivismo.

L’immagine che hanno costruito di sé gli investigatori privati in generale è – a mio sindacabile giudizio – fortemente compromessa da questi cialtroni con licenza sprezzanti e arroganti che mettono alla berlina i loro “colleghi”, ossia i detective realmente meritevoli di possedere quella licenza e questo danno è ben più imponente di quello cagionato dagli abusivi che sono diventati il “capro espiatorio” di tutti i mali di cui soffre l’industria investigativa italiana.

Questo argomento è sapientemente strumentalizzato proprio da quei cialtroni che non avendo nessuna competenza specifica pur possedendo un’autorizzazione prefettizia asseriscono che gli abusivi sono la causa del loro fallimento, convincimento bizzarro e fasullo.

Io continuo a pensare che se un’azienda vuole affidare un’indagine a un professionista per una frode assicurativa – per esempio – andrà alla ricerca di uno specialista e che una figura del genere difficilmente sia reperibile tra gli abusivi e se ipoteticamente lo fosse significa che il professionista è stato surclassato da un soggetto che – nonostante non abbia una licenza prefettizia – è competitivo ed il mercato chiede proprio questo. Consiglio alle agenzie investigative in panne di assumere i propri concorrenti sleali (abusivi), anziché dargli la caccia se si dimostrassero – appunto – più concorrenziali e questo farebbe di loro imprenditori accorti, non più imprenditori frustrati.

La fortuna e la disgrazia della maggior parte degli investigatori privati italiani è che si debbono occupare prevalentemente di “corna”, ossia di infedeltà. Un settore in cui non occorre un altissimo livello di specializzazione che ha ricevuto – tra l’altro – un aiuto tecnologico non indifferente che risiede nella possibilità di utilizzare i GPS per approntare i pedinamenti.
La peculiarità di questo tipo di clientela consiste nel fatto che si rivolgerà all’investigatore privato una sola volta nella propria vita, tuttalpiù consiglierà ad amici e parenti la stessa soluzione, nel caso sia rimasto soddisfatto. Questo è lo scenario migliore in cui si calano i cialtroni con licenza perché quel committente è un “cliente di passaggio” e lo tratteranno come fanno i  peggiori ristoranti delle più note località turistiche: lo spennano offrendo un servizio di qualità discutibile o pessima, talvolta trasformandosi persino in abili lestofanti, tanto il malcapitato non torna più poiché di passaggio…
Questo “modus operandi” è più diffuso di quel che si pensa, purtroppo.

Molto diverso è dare soddisfazione a un cliente che ha necessità di assegnarti una molteplicità di incarichi come una compagnia assicurativa nel caso delle frodi o la grande distribuzione nel caso delle indagini commerciali (antitaccheggio). Lì lo scenario è del tutto diverso. Non sei più al cospetto di un cliente privato ma di un’azienda che – molto spesso – ancor prima di assegnarti un incarico vuole le tue referenze. Ecco che l’abusivo o il ciarlatano con licenza sono automaticamente fuori giuoco.
Del resto così come non è certamente la laurea a fare la cultura di un individuo, altresì non è la licenza a fare l’investigatore. E questo molti pseudo-detective fanno fatica a capirlo come non hanno ancora compreso che prima di calarsi nei panni di un provetto investigatore dovrebbero vestire quelli dell’imprenditore.

Tra l’altro mi chiedo chi sia peggio tra i due poiché – forse – è proprio il ciarlatano con licenza a ledere più di ogni altro il prestigio dell’intera categoria con conseguenze devastanti in quanto getta discredito sui propri “colleghi” e la conseguenza ovvia è una perdita patrimoniale a danno di tutto il settore che si traduce in mancate opportunità di guadagno causate dalla bassa stima maturata dalla committenza ed in generale dalla collettività. Non parliamo – poi – delle istituzioni con le quali si è avuto – fino adesso – un rapporto perlopiù conflittuale provocato dai comportamenti sconsiderati di questi pasticcioni incompetenti che inficiano il settore da sempre.

Secondo me quel pezzo di carta che io definisco “licenza-burlaperché implica solo obblighi senza concedere mezzi andrebbe abolita e la professione dell’investigatore privato liberalizzata come in certi Paesi europei, così saremmo tutti sullo stesso piano e dovremmo avere l’unica preoccupazione di dimostrare alla committenza il nostro valore professionale, anziché perdere tempo con ambizioni ridicole come possedere un “tesserino” con il quale aumenterebbe solo l’illusione di sentirsi un investigatore privato senza esserlo, visto che l’assenza totale di strumenti rende quasi impraticabile detta professione se non commettendo reati di ogni tipo.

Una possibile svolta per distinguere in futuro i ciarlatani con licenza dai professionisti potrebbero essere le certificazioni UNI/ACCREDIA, l’ente di normazione che ha avviato uno studio sull’argomento all’inizio del 2015 e potrebbe erogare una normativa che sancisca i requisiti occorrenti per qualificarsi come investigatore privato, cavalcando la norma n. 4/2013 sulle professioni non regolamentate, anche se si sono messi di traverso i soliti “celebrolesi” che argomentano a sfavore, sostenendo che l’investigatore privato non sia coinvolto dalla norma inerente le professioni non organizzate in ordini o collegi.

Ciò detto ci sono mille modi legali per esercitare le investigazioni senza avere necessariamente quella licenza-burla. Puoi farlo attraverso un’agenzia d’affari, le consulenze, il ruolo di CTU/CTP, come criminologo, ecc.
Certo ognuno di questi soggetti ha un ruolo distinto e diverso dall’investigatore privato ma pur sempre di indagini si occupano direttamente o indirettamente, quindi finiamola con l’arroganza e il bigottismo con cui si tratta solitamente l’argomento.

Adesso concludo “caro investigatore privato” e ti prego, prima di indignarti se io mi qualifico come un tuo “collega”, chiediti da quali esperienze arrivi TU e come hai ottenuto la licenza…
Giusto appunto per capirci.

Alessandro CASCIO
Fondatore Demetra Group

Digressione

SERVIZI FIDUCIARI E GUARDIE GIURATE: LEGITTIMITA’ E NORMAZIONE

ARTICOLO A CURA DELL’UFFICIO STAMPA DELL’ASSOCIAZIONE PROFESSIONALE INVESTIGAZIONI E SICUREZZA (A.P.I.S.)

Il diritto moderno, come noto, si fonda sull’assunto che non può mai esservi un reato (e di conseguenza una pena), in assenza di una legge penale preesistente che proibisca quel comportamento e tale principio viene sintetizzato dalla locuzione latina “nullum crimen sine lege”, concetto espressamente insito nell’art. 25 della nostra Costituzione. In definitiva ed in buona sostanza è permesso tutto ciò che la legge non vieta.
Sembrerebbe che i servizi fiduciari, ossia tutta l’attività assimilabile al cosiddetto “portierato”, ovvero alla guardiania sia perfettamente lecito in quanto non vietato e neppure regolamentato da alcuna legge in particolare.
Ricordiamo che si considera un atto illecito un comportamento contrario ad una norma o ad un principio dell’ordinamento giuridico, vale a dire è giuridicamente illecita la condotta umana che lede gli interessi protetti dalla regola legale. Si tratta di analizzare una condotta, di fatto tenuta, per verificare se sussiste una violazione ricordandosi che la valutazione dell’illeceità è un giudizio complesso.

Giova sottolineare che la Legge n° 340/2000 ha liberalizzato l’attività del portierato un tempo soggetta ad autorizzazione di polizia (art. 62 T.U.L.P.S.) e ha dato spazio a società di servizi in grado di offrire servizi di custodia e/o guardiania passiva finalizzati alla tutela della proprietà in quanto è assodato che la presenza di un operatore della security, seppure non decretato e non armato, sia sufficiente a scoraggiare eventuali intrusioni.

Il servizio erogato dalle organizzazioni imprenditoriali o agenzie di sicurezza sussidiaria che operano nel settore sconfina – qualcuno sostiene – nelle attribuzioni tipiche della vigilanza privata e questo ha suscitato l’indignazione e la protesta di alcune piccole associazioni di categoria, al punto da attribuire ai servizi fiduciari la responsabilità dello stato patologico in cui versa la vigilanza privata, non volendo fare i conti – con ottusa cecità – della crisi che investe da anni ogni settore nel nostro Paese, non risparmiando nessuno.

Abbiamo letto diverse missive inviate al Ministero dell’Interno da codesti sodalizi in cui si espone il problema secondo convincimenti discutibili e lagnanze del tutto prive di fondamento e non possiamo che replicare.
Si tratta di opinioni bizzarre e fuorvianti che non fanno leva su analisi obiettive e attendibili, bensì su idee personali. Basti pensare al solo fatto ineluttabile che, se la committenza ha l’effettiva esigenza di appaltare un servizio in cui necessitano operatori armati, indipendentemente da quanto stabilisce la legge, non potrà che rivolgersi forzatamente ad un Istituto di Vigilanza e non certamente a personale dipendente da imprese esercenti servizi ausiliari, fiduciari e integrati (ex portierato), notoriamente disarmati. In questo specifico frangente è impossibile che un portiere possa prendere il posto di un metronotte e si soffoca – pertanto – con questa semplice ma efficace argomentazione ogni polemica sterile a riguardo.
Se fosse possibile invece sostituire una G.p.G. con un sorvegliante disarmato è perché il servizio non richiede necessariamente personale con la pistola e qui manca il coraggio di ammettere che le guardie equipaggiate di armi sono indispensabili oramai solo in circostanze rare e che gli I.V.P. hanno fatto la loro fortuna e – forse – il loro tempo, vendendo a caro prezzo servizi che potevano essere svolti obiettivamente da operatori disarmati applicando un tariffario più onesto e che oggi la clientela è ben consapevole di ciò e desidera investire le proprie risicate risorse economiche in modo più razionale. Questa ragione, unita al fatto che la vigilanza privata non ha saputo investire sulla formazione lasciando il proprio personale in uno stato di mortificante arretratezza professionale, ha decretato la inevitabile crisi di tutto il settore che adesso cerca un capro espiatorio per giustificare il proprio fallimento. In aggiunta si dica che gli stessi Istituti di Vigilanza, attivando imprese parallele, hanno proposto per primi sul mercato, stravolgendolo, gli operatori non armati, dando alla loro clientela l’opzione di scegliere tra le due figure e decretando in automatico l’inevitabile contrazione di richieste per i servizi armati, ovviamente più cari.

Non staremo qui a disquisire sui limiti operativi degli uni e degli altri, argomento dibattuto ampiamente ed invano nei vari forum e nei social e raramente dalla dottrina, perché tutto dipende – sicuramente – dalla finalità del servizio e dalle modalità operative attraverso cui viene espletato, in aggiunta la giustizia amministrativa sovverte e sposta – frequentemente – quei confini per cui ogni certezza di oggi rischia di essere pericolosamente superata domani. Si veda – per esempio – la norma relativa agli “obiettivi sensibili” (D.M. 269/’10) in qualche modo ridisegnata dalle successive sentenze del T.A.R.

Assistiamo stupiti alla fatica inutile che compiono certuni nel dibattere norme e circolari acquisite frettolosamente nel web con il metodo del “copia/incolla” per delegittimare i servizi fiduciari tacciandoli di abusivismo quando le sentenze di condanna rintracciabili in questa direzione sono alquanto rare a misura di un fenomeno praticamente inesistente e radicato – perciò – solo nella fantasia dei pettegoli e dei perditempo.
La realtà della cronaca ci restituisce – invece – una verità diversa e sconcertante. Facciamo riferimento – per esempio – agli incidenti o addirittura ai crimini commessi costantemente o quasi con le armi in dotazione alle guardie giurate che reclutate in modo sommario e prive, nella maggior parte dei casi, di un addestramento adeguato, possono disporne illogicamente h24 al pari di un poliziotto. Danni significativi che non può certo cagionare alla collettività un operatore della security disarmato e che hanno portato più volte l’attenzione dei mass media ad occuparsene (si veda, per esempio, il servizio delle IENE).

E ancora. Imperversavano tra gli addetti ai lavori teoremi bislacchi e critiche severe sul fatto che i servizi fiduciari utilizzino “uniformi” di foggia simile a quelle in dotazione alle FF.OO
Trattasi, semplicemente, di abbigliamento da lavoro non sottoposto ad alcuna approvazione preventiva da parte delle prefetture come – invece – accade per le divise indossate dalle G.p.G. e vige – più che mai – il principio spiegato all’inizio per cui nullum crimen sine lege!

L’esigenza di alcuni di normare il settore dei servizi fiduciari, liberalizzato nel 2000, appare in antitesi con la delegificazione di norme avvenuta attraverso la legge n. 340 ma potrebbe riordinare il comparto sicurezza mettendo al bando o limitando eventuali abusi, che sono – come sopra ricordato – quasi immaginari. Non deve essere una scusa – però – per creare i soliti monopoli! Ci si auspica – quindi – che il decisore politico non voglia portare detta attività sotto il controllo di una licenza prefettizia perché una decisione del genere troverebbe l’immediata opposizione nelle opportune sedi dei numerosi imprenditori esercenti detta attività, parliamo di almeno un migliaio di aziende sul territorio che occupa circa 80/100 mila addetti, settore in continua espansione.

Si potrebbe immaginare di esercitare un maggiore controllo convogliando – semmai – l’esercizio di questa tipologia di lavoro nella norma relativa alle “agenzie d’affari” ai sensi dell’ex art. 115 del T.U.L.P.S., magari sotto la competenza delle Questure, anche se apparirebbe un ritorno al passato quando fu abolito l’art. 62 ma in oggi detta attività assume effettivamente connotazioni ben diverse e distinte dai “portieri di condominio” al punto di guadagnarsi CCNL specifici che danno piena legittimazione ai servizi fiduciari, un nuovo settore merceologico grossolanamente rappresentato nelle CCIAA con il codice ATECO inerente ai “servizi integrati di gestione agli edifici”, altro aspetto che potrebbe essere meritevole di migliorie.

Rileviamo che la sicurezza (security), aggettivata dal nostro legislatore come complementare, integrata, sussidiaria, partecipata – mandando in confusione gli addetti ai lavori e la cittadinanza – meriterebbe nel suo complesso una riforma strutturale perché oggi prevale la figura della guardia privata di sicurezza non armata con diverse fattispecie di operatori: ex buttafuori, steward, portieri, ecc. a cui si sommano forme di volontariato e associazionismo nell’ambito della security che vanno, per citarne alcune, dalle guardie ambientali ai City Angels, passando per la Guardia Nazionale Italiana e l’Associazione Europea Operatori Polizia o l’European Bodyguard Association, iniziative lodevoli o deleterie e ambigue, decidete voi, che determinano una vera emergenza per il cittadino che si trova pericolosamente disorientato nel riconoscere ad ognuno di questi numerosi soggetti poteri e limiti, tra mille uniformi diverse.

La speranza – quindi – è che una eventuale norma metta le mani anche nelle attività a scopo di lucro mascherate da associazionismo compresa la formazione rivolta agli operatori della security dove si annidano una miriade di finti sodalizi che sfornano corsi all’impazzata dai costi esorbitanti e dall’utilità dubbia.
Ritornando alle guardie giurate notiamo perplessi che si è radicata in loro la pretesa assurda di venire, prima o poi, equiparati alle forze di polizia – già troppe e mal gestite – perché sostengono di esercitare un controllo capillare del territorio, dimenticandosi di essere al soldo di aziende private.
La risposta al bisogno di sicurezza del cittadino non può che arrivare dallo STATO e non deve certo passare da altre ipotesi paradossali, proprio in un periodo – oltretutto – in cui la riorganizzazione delle amministrazioni pubbliche ha avviato il riordino dei corpi di polizia con l’assorbimento, per esempio, della forestale nei carabinieri, tanto per cominciare.

Non vorremmo neppure che si faccia lo stesso grave errore del 2004 quando alle guardie zoofile ed ittiche venne attribuita la qualifica di pubblici ufficiali e agente di polizia giudiziaria che ha scatenato il proliferare di abusi e di vere e proprie “polizie parallele” in conflitto perenne con gli organi istituzionali.

Vediamo che molte guardie particolari giurate, in ragione di una mancata formazione, si spingono da tempo oltre quei compiti che sono limitati alla sorveglianza dei beni loro affidati e rischiano di esercitare sovrapposizioni imprudenti con le forze di polizia, plagiandone deliberatamente le uniformi – per esempio – sottoposte ad una verifica più formale che sostanziale, inducendo il cittadino in errore. Ci si interroga – infine – sulla reale necessità da parte delle G.p.G. di disporre di un’arma anche quando sono fuori servizio, giustificata dall’ipotetico quanto inverosimile “rischio di rappresaglia”, praticamente inesistente o quasi, situazione che ha cagionato più volte episodi, anche gravissimi, inaccettabili per la collettività. Ci riferiamo – per esempio – al fenomeno del femminicidio ossia alle vittime cadute per mezzo dell’arma a disposizione delle guardie giurate durante il tempo libero.

Preghiamo un tavolo di confronto con la Commissione Consultiva riguardo la nostra proposta inerente i servizi fiduciari ed altresì invochiamo un intervento affinché le situazioni rilevate dalla scrivente associazione possano innescare le dovute verifiche.

UFFICIO STAMPA
ASSOCIAZIONE PROFESSIONALE INVESTIGAZIONI E SICUREZZA (A.P.I.S.)

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LA SECURITY E LE INVESTIGAZIONI SOFFOCANO NELL’IGNORANZA

Sconfiggere l’ignoranza è impossibile o forse basterebbe un po’ di formazione ben fatta, chissà. L’ignorante è colui che non ha sufficiente padronanza di una materia, ovvero un incompetente che a causa delle proprie lacune non potrà mai svolgere bene la propria attività.

Tra gli investigatori privati ci troviamo – sovente – al cospetto di soggetti che si rappresentano e pubblicizzano in maniera impropria e bizzarra, magari dichiarando che hanno maturato la loro esperienza “in anni di servizio negli apparati investigativi istituzionali” ed invece si scopre che si tratta di menzogne e alla fine detti impostori non hanno mai indossato una divisa, neppure quella dei boy-scout. Si chiama pubblicità ingannevole e l’antitrust, di mentitori come questi, ne ha castigati parecchi. Poi ci sono anche quelli che effettivamente provengono dalle FF.OO e sono lo stesso delle capre perchè non hanno mai avuto alcuna significativa esperienza nei reparti investigativi…
Anche qui – sia chiaro – non vale per tutti.

Tra i 3.000 investigatori privati italiani – purtroppo – si annidano diversi soggetti che hanno acquisito la licenza per grazia ricevuta secondo i criteri, spesso discrezionali e discutibili, del vecchio ordinamento e costoro si trincerano dietro la loro licenza-burla per millantare capacità inverosimili. Per fortuna il settore non è solo costituito da questi cialtroni ma mi chiedo – preoccupato – come faccia il consumatore a distinguerli. Questa autorizzazione prefettizia crea illusioni pericolose tra i suoi possessori che si immaginano, troppo spesso, provetti investigatori senza esserlo. Il potenziale cliente non ha molte possibilità di accorgersi, se non strada facendo, di essere al cospetto di un professionista inetto e così cresce la sfiducia nei riguardi degli investigatori privati e a causa di certuni la reputazione dell’intera categoria viene messa in discussione. Peccato perché tra loro, seppure in minoranza, ci sono professionisti meritevoli di grande stima. Ritengo che l’investigatore privato dovrebbe preoccuparsi più dei propri colleghi incapaci piuttosto che stare in ansia per gli abusivi, nella maggior parte dei casi poveri diavoli sfigati che non hanno alcun requisito. E questo perché la considerazione per questa categoria di professionisti diminuisce incessantemente a causa degli asini che vi fanno parte.

Un piccolo passo in avanti si è fatto attraverso la legge sulle associazioni professionali obbligate a rispettare il codice del consumo e a dotarsi di uno “sportello reclami” ma temo che sia ancora insufficiente per fornire una vera tutela al cittadino che voglia rivolgersi con fiducia e serenità al settore. Certo rischi analoghi si corrono anche quando ci si rivolge a un medico o a un avvocato perché se rimani fregato ti aspetta un cammino in salita. Lì però sei certo che dietro a quella figura c’è – comunque – un soggetto che ha dovuto affrontare un percorso accademico (università) e fare praticantato prima di potersi iscrivere in un albo ed esercitare la propria professione. Poi ci sono quelli più bravi o meno abili, naturalmente.

Le regole sono cambiate per i detectives italiani, come noto, dal 2010. Prima che ci sia un ricambio consistente di licenze, mettendo a riposo coloro che hanno ottenuto l’autorizzazione secondo i vecchi parametri sanciti dal TULPS, passerà una generazione (20/25 anni), se basta. E questi calcoli devono averli fatti molto bene coloro che hanno caldeggiato il D.M. 269/’10 cui ci ha obbligato l’Europa, mettendo mano anche nella formazione per alimentare i loro maldestri e modesti affari.

Così com’è concepita attualmente la licenza e tutto ciò che ne consegue è una pagliacciata anche perché non concede strumenti di lavoro utili agli addetti ai lavori costretti a commettere una fiumana di reati per poter fare qualsiasi indagine e castigati da obblighi incomprensibili, tanto vale eliminarla e liberalizzare la professione. Quelli che si oppongono a questa ipotesi sono coloro che temono la concorrenza qualificata e non potrebbero più celare le loro carenze dietro il possesso di un titolo conseguito senza meriti.

Nella security le cose non vanno molto meglio. Anche qui dietro gli Istituti di Vigilanza (I.V.P.) o le agenzie di sicurezza sussidiaria (servizi fiduciari, portierato e simili) ci sono personaggi imbarazzanti, lontani anni luce anche solo dall’assomigliare a veri security manager. Un microcosmo costituito da aziende che assumono personale alla disperata, guardie giurate e non, senza qualifiche particolari, che verranno mandati allo sbaraglio, salvo rare eccezioni.

Fanno a gara per gettarsi fango addosso. E certe micro-associazioni assecondano questo teatrino ipocrita, bontà loro.
Un esercito di pericolosi illusi. Non capiscono che solo alleandosi potrebbero – forse – salvarsi ed avere un impatto politico rilevante ed invece si impegnano in battaglie inconsistenti per conquistare qualche futile privilegio. L’ISTAT li definisce guardie private di sicurezza oppure personale non qualificato addetto ai servizi di custodia in relazione ai compiti svolti.

Nella maggior parte dei casi ci troviamo al cospetto di personaggi che non sono riusciti ad entrare nelle forze dell’ordine perché non possedevano i necessari requisiti ed hanno cercato – pertanto – un rimedio per scimmiottare in qualche modo i poliziotti/carabinieri che venerano e criticano nello stesso tempo. Il loro bisogno o desiderio di emulare le FF.OO li mette nell’eterna condizione di restare frustrati e depressi a vita. Molto spesso maturano una percezione della realtà distorta che rende i loro comportamenti ridicoli e al limite della legalità. Anche qui va detto e riconosciuto che esistono delle eccezioni, sia nel management che nelle maestranze, ossia ci sono anche professionisti seri ed equilibrati, seppure un numero ancora modesto.

La security e le investigazioni private faticano a guadagnarsi una reputazione professionale solida e credibile a causa di codesti personaggi che hanno – purtroppo – inficiato e ostacolato la crescita di questi settori. Se analizzi i loro percorsi formativi e professionali (curriculum) che difficilmente mettono a disposizione, ti vergogni per loro. Fare pulizia sarà pressappoco impossibile. Dobbiamo convivere con questi imbecilli boriosi.

La rabbia è tanta perché vorremmo affidare il futuro di codesti settori che hanno potenzialità enormi di sviluppo a professionisti qualificati ed invece ci tocca assistere ripetutamente alle esibizioni comiche di certi finti paladini tese a guadagnare un vantaggio per se stessi e gravemente dannosi per le categorie citate e tutta questa pantomima viene messa in scena solo per cercare di nascondere le proprie orrende manchevolezze, i propri difetti.

Questa mortificante condizione ha portato già gli istituti di vigilanza all’agonia ma – come sempre – tutti identificano la malattia ma nessuno è capace di trovarne le cause e i rimedi corretti. Anzi riguardo le cause ne abbiamo sentite di fregnacce, sempre le stesse, perchè colpevolizzare gli altri serve per evitare di fare emergere le proprie responsabilità, additare terzi di colpe inesistenti è la strada migliore per nascondere agli ingenui il marcio.

Come sapete quando non si individua o indovina la causa, la radice profonda del male, difficilmente si trova la medicina adatta.
Una morte annunciata.

Alessandro CASCIO
Procuratore Demetra Group

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GUARDIA GIURATA: UNA PROFESSIONE EQUIVOCA

GUARDIA GIURATA: UNA PROFESSIONE EQUIVOCA

Sono in questo settore da quasi vent’anni. Molti addetti ai lavori – ovvero le G.p.G. – interpretano erroneamente la professione che svolgiamo e questo non sempre per colpa loro. Sono molti gli elementi – infatti – che si prestano ad essere intesi in più modi, dai compiti attribuiti dalla legge, all’arma, all’uniforme.

Mancando una selezione ed una formazione adeguati è facile trovarsi al cospetto di colleghi che – spesso – si illudono di avere mansioni e poteri analoghi alle FF.OO mentre – nella realtà – le cose sono assai diverse. Il fatto è che a causa di questi fraintendimenti si possono scatenare convincimenti e comportamenti pericolosi e inadeguati.

Il malinteso nasce – appunto – dal fatto che c’è una indiscutibile quanto ambigua somiglianza esteriore con le forze di polizia che non dovrebbe esistere perché le uniformi delle G.p.G. devono essere preventivamente approvate dalla prefettura competente proprio allo scopo di non assomigliare troppo a quelle in uso alla polizia per un indurre il cittadino in errore. Si assiste – invece – ad una gara bizzarra e insensata per imitare le uniformi di Polizia e Carabinieri. Ed una volta che indossi quella uniforme e ti guardi allo specchio, anche per la presenza dell’arma, ti senti a tutti gli effetti uno di loro, inutile negarlo.

Una norma nata per tutelare la cittadinanza dalla possibilità di confondersi tradisce, non sappiamo la ragione, il suo scopo originario e molte guardie giurate pensano che  indossando una uniforme approvata ed autorizzata dagli organi prefettizi la medesima vada considerata come “speciale” e conferisca chissà quali poteri. Mi dispiace deluderli ammettendo che la stessa norma obbliga le bande musicali a sottoporre le loro divise allo stesso iter…

Per quanto attiene all’arma si assiste ad un carosello di comportamenti iniqui dipendenti dal fatto che manca – appunto – un addestramento adeguato. Dopo poche ore di poligono, ottenuto il porto d’armi senza troppa fatica, ti vai a comprare la pistola e ci vai a spasso, se vuoi, h24. I servizi in cui necessita effettivamente l’arma sono onestamente pochissimi ed il suo possesso anche fuori servizio, giustificato dal rischio di rappresaglia, è del tutto insensato. Con la stessa motivazione – altrimenti – dovrebbero girare armati, a maggior ragione, gli avvocati e/o gli investigatori privati che per ragion di mestiere hanno certamente più possibilità di esporsi alla rivalsa o vendetta di soggetti che hanno consegnato alla giustizia. Tanto per fare un esempio. Ed è proprio quella pistola, ancora una volta, che puoi portare addosso anche se non lavori e quando sei in borghese che ti lascia credere di essere una specie di poliziotto.

Noi guardie giurate non siamo assolutamente al servizio della cittadinanza, come sovente scrivono e dicono i miei colleghi, anche se spesso diamo un contributo ovvio ad essa, ma siamo al soldo di un’azienda privata che – a scopo di lucro – tutela i beni dei suoi clienti, nulla di più. Mica ci paga lo Stato! La legge non conferisce alcun speciale potere alla G.p.G. che dovesse cogliere in flagranza di reato un malvivente e la sua qualifica di “incaricato di pubblico servizio” non cambia le carte in tavola e non le cambierebbe più di tanto neppure quella di “pubblico ufficiale”. Siamo al cospetto di una figura in potenza di fare tante cose ma priva degli strumenti giuridici per attuarle.

Le istituzioni, la cittadinanza ed i mass media non sembrano avere particolare riguardo per la nostra categoria, anzi siamo additati, sovente, come soggetti esaltati e ignoranti e tanti di noi lo sono davvero. Per cambiare radicalmente questo giudizio collettivo, assai negativo, servirebbe una rivoluzione profonda del settore, una riforma radicale che sappia lasciare fuori dai giuochi i soggetti sprovvisti di requisiti certi e tanta formazione unita ad aggiornamenti periodici fatti bene che incrementi le capacità delle G.p.G. al punto da diventare un professionista della security davvero apprezzabile.

Così com’è concepita attualmente la nostra figura non ha più senso. Un tempo venivamo definiti “metronotte”. Ciò che si meriterebbero in molti e mi riferisco ai colleghi senza sale in zucca e senza alcuna preparazione ed attitudine è tornare a quella condizione. Una bicicletta e via a mettere nelle serrande dei negozi quel bigliettino come prova del loro passaggio. Oppure si cambia!

Giuseppe ALVITI
Presidente Associazione Nazionale Guardie Particolari Giurate

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L’ABUSIVISMO NEL MONDO DELLE INVESTIGAZIONI PRIVATE

E’ detto abusivo colui che esercita un’attività senza averne il diritto o il titolo, o la regolare licenza.

E’ un annoso problema di cui soffre – da sempre – la categoria degli investigatori privati. Cominciamo a stabilire che chiunque esercita abusivamente una professione infrange la legge (art. 348 C.P.) ed è punito con la reclusione fino a sei mesi (ed una multa assai esigua). Poiché per fare il detective privato occorre una “speciale abilitazione” denominata licenza rilasciata dalle PREFETTURE (U.T.G.), nonostante essi non siano iscritti in appositi albi, sembra ovvio che svolgere tale professione, anche se occasionalmente e gratuitamente, senza la necessaria autorizzazione costituisca reato penale. Adesso arriva la brutta notizia. In materia di depenalizzazione (legge 28.4.2014 n. 67), non appena verrà introdotto un decreto attuativo, tale reato comporterà tuttalpiù una sanzione amministrativa pertanto verranno sostanzialmente a cadere le poche tutele giuridiche che si avevano a disposizione. Invero – per contro – sono state presentate proposte di legge per un inasprimento della pena… Se si andrà in una direzione o nell’altra – per ora – è un mistero.

Ciò stabilito il gran frastuono che fanno certe “associazioni di categoria” che fingono di guerreggiare contro gli abusivi è una fatica del tutto inutile e patetica ed è una battaglia persa in partenza perché – comunque – i personaggi storici esercenti la professione di investigatori senza licenza sono tutti rimasti impuniti nel tempo e questa è la dimostrazione di una sconfitta palese.

Una criticità inverosimile e inammissibile – in aggiunta – è rappresentata dal fatto che gli abusivi del settore vendono informazioni prevalentemente alle stesse agenzie investigative e poiché il reato in esame può essere attribuito anche a chi agevoli l’esercizio abusivo da parte di qualcun altro ne conseguirebbe che a molti investigatori privati potrebbe essere ascritta la responsabilità penale a titolo di concorso nel reato di esercizio abusivo della professione. Questo frenetico commercio di dati estratti illegalmente configura – oltretutto – la commissione di altri reati, ben più gravi…

Sarebbe il caso – quindi – di liberarsi di tutta l’ipocrisia con cui, fino ad oggi, si è affrontato il problema e cercare nuove soluzioni. Più avanti azzarderò una proposta.

Ora vi chiedo – per esempio – se un CRIMINOLOGO compia o meno gli atti tipici e di competenza specifica degli INVESTIGATORI PRIVATI e in caso affermativo potremmo stabilire, sin d’ora, che sono tutti ABUSIVI! In realtà non è così perché lo “spazio di manovra” del CRIMINOLOGO è dato dalla possibilità di ricevere un incarico dagli avvocati penalisti o dai TRIBUNALI per svolgere perizie allo scopo di fare emergere la verità. La “perizia” nel processo penale/civile non è altro che una consulenza autorevole messa a disposizione da un esperto dotato di particolare competenza, definito Consulente Tecnico d’Ufficio (C.T.U.) o Consulente Tecnico di Parte (C.T.P.) o PERITO.

Sgombriamo subito il campo da eventuali equivoci e non alimentiamo le illusioni e le fantasie dei giovani che vogliono avvicinarsi a queste professioni specificando che introdursi sulla “scena del crimine” è pressappoco impossibile perché questo tipo di “collaborazioni/incarichi” in ambito giudiziario sono un’eccezione e non certo la regola, ovvero è piuttosto remota la possibilità di ricevere incarichi di matrice criminologico-investigativa e criminalistica di un certo spessore. Vale per un criminologo quanto per un investigatore privato!!!

Ritornando al problema dell’abusivismo mi preme chiarire anche un altro aspetto. Il legislatore attribuisce l’onere della prova a chi vuol far valere un diritto in giudizio. Tradotto significa che il cittadino ha il diritto/dovere di produrre prove per difendersi in tribunale e che per tale ragione è autorizzato a svolgere indagini, nei limiti consentiti dalla legge, nel proprio esclusivo interesse senza aver bisogno di alcuna licenza e senza essere obbligato a ingaggiare un detective. Quello che non può e non deve fare è – invece – svolgere indagini per conto di terzi, facoltà assegnata – appunto – agli investigatori privati. Produrre le “prove” (documentali e/o testimoniali) per dimostrare al giudice la veridicità delle proprie ragioni compete – infatti –all’attore (parte lesa) e al convenuto (imputato) spetterà – invece – l’onere della prova contraria, cioè dimostrare l’infondatezza delle accuse a lui rivolte.

Abbiamo – infine – la delicata questione legata alle “consulenze”, ovvero redigere un parere o fornire un consiglio non costituisce certo reato, neppure se lo fai a pagamento. Consiglio vivamente al soggetto agente, in questo caso, di esplicitare in modo inequivoco che egli non è munito di quella specifica abilitazione (licenza) ed opera in forza di altri titoli (counseling) o per esperienza personale.

Alla luce delle argomentazioni sopra esposte tracciare i confini dell’abusivismo sembra un compito arduo. E concludo – pertanto – esprimendo il mio inamovibile convincimento che è quello di liberalizzare la professione dell’investigatore privato.

La prima ragione è ancorata al fatto che un ABUSIVO è – innanzi tutto – un EVASORE FISCALE e per tale ragione non sopporta gli oneri di un’agenzia investigativa mentre se lo obblighiamo a costituirsi impresa per poter lavorare quanto meno lo mettiamo sullo stesso piano delle obbligazioni fiscali e previdenziali che hanno tutte le aziende.

La seconda argomentazione è che un ABUSIVO, nella maggior parte dei casi, è un INCOMPETENTE, cioè un soggetto PRIVO dei REQUISITI (morali e tecnici) per dotarsi di licenza e – pertanto – un concorrente sfornito della esperienza e delle cognizioni necessarie a svolgere questa professione e che verrebbe presto emarginato dalle leggi del mercato e dalle esigenze della committenza.

Si può sconfiggere l’abusivismo portando questi soggetti allo scoperto a competere sullo stesso piano dei detectives italiani e lasciando che sia il professionista a vincere sull’improvvisazione. La rettitudine sull’immoralità. Liberalizzare significa dare a tutti la stessa opportunità di poter dimostrare il proprio valore.

Molti investigatori privati, soprattutto quelli che hanno acquisito la licenza con il “vecchio ordinamento” (prima del 2010), si trincerano dietro l’autorizzazione prefettizia per nascondere le proprie lacune e mal sopportano l’idea di doversi liberare di questo titolo perché le loro carenze – in oggi – vengono occultate dal possesso di questa “licenza-burla”.

Alessandro CASCIO
Segretario Nazionale APIS
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