IL GIORNALISMO INVESTIGATIVO

Se dovessi definire in una sola parola il giornalista investigativo, direi: uno che non molla. Perché se molla è finita. Uno che fa questo tipo di giornalismo ha deciso di scavare a fondo per definizione. Investigativo vuol dire d’inchiesta, vuol dire non fermarsi al comunicato stampa. Vuol dire andare a controllare, verificare, indagare.
Si può essere giornalisti investigativi in tanti campi: scegliere di fare inchiesta sui temi dell’ambiente, sulle responsabilità di chi inquina, avvelena l’ambiente. Oppure lavorare sugli scandali politici o sulla cronaca nera. Quello che faccio io è l’ultima cosa. Una volta Mario Spezi, decano dei cronisti di nera de “La Nazione”, disse che non capiva perché si dovesse scrivere “investigativo”: per lui il semplice fatto di essere un giornalista implica comunque andare a scavare, a controllare, approfondire, non fermarsi alla superficie della notizia. Ed ha ragione. Ma allora, cos’avremmo noi altri di diverso? Direi l’attitudine a fare solo questo tipo di giornalismo, che è un giornalismo che crea bei problemi. Innanzitutto il problema è di tempo, poi di costi. Un’inchiesta porta via tempo, spesso mesi; devi avere il tempo per farla. E’una costruzione lenta e paziente di tasselli che vanno a posto come in un puzzle da 1000 pezzi. Ma il tuo Mont Saint Michel ti darà decisamente più soddisfazioni, stavolta. Perché alle volte quello che provi è qualcosa di più della soddisfazione di un lavoro ben fatto. Se uno scoop è come trovare un bel diamante, un’inchiesta che scopre qualcosa di davvero nuovo è qualcosa di diverso, è stare al centro della storia, è sapere che hai contribuito alla verità. In questo mondo senza Dio, non è poco.
Punto numero due: il giornalismo investigativo costa. Ovvio: se ci vuole tempo, costerà soldi. Scrivere una cosa cotta e mangiata è molto diverso. Alle volte gli editori non hanno il tempo di aspettare che un’inchiesta veda la luce, vogliono qualcosa subito. Il motivo per il quale scrivo per http://www.cronaca-nera.it è essenzialmente che nessuno mi corre dietro. E poi che condivido con l’altra metà del sito, Valentina Magrin cioè, la tendenza a scavare a fondo. E dunque, eccoci qua.
Ma bisogna essere giornalisti per farlo? Sì. Semplicemente perché bisogna conoscere le regole del gioco. Investigativo significa che si indaga. Anche la polizia lo fa, anche i carabinieri lo fanno. E con molti più mezzi di noi, certo. Ma questo non vuol dire che si indaghi sempre nella giusta direzione, nel modo giusto, dando il giusto peso alle cose ed ai dati che ci sono davanti. Ecco perché comunque la presenza dei giornalisti è importante. E’ complementare a quella delle forze dell’ordine e della magistratura, nella ricerca della verità. Anche se spiegarglielo è decisamente dura…
Poi, bisogna essere giornalisti e non improvvisarsi anche perché ci sono anche regole del gioco. Un gioco che può essere sporco, provocare qualche vendetta. Diritto penale, procedura penale, deontologia: non sono parole vane ma conoscenze che è meglio avere se non si vogliono prendere cantonate. A questo io abbino un mio stile personale, che è quello di avere iniziato a studiare criminologia e criminalistica dalla metà degli anni Ottanta. E’ stata una scelta che si è rivelata vincente.
Credo che molti miei colleghi non lo trovino utile. Ci sta, sono scelte, intendiamoci. Io penso che se vuoi capire il mondo del crimine devi sapere di che stai parlando. Di che stai parlando sia con i tecnici della scientifica che con gli investigatori che vanno per strada. Che problematiche ha una Volante quando esce? Cosa significa stare in sala operativa? Che problematiche immediate ha un detenuto in carcere al suo arrivo e cosa significano certi rituali e comportamenti? Ho scelto di avere un approccio scientifico di studio e non me ne sono pentito: mi ha permesso e mi permette di parlare alla pari con chi indaga di mestiere, di non scrivere troppe stupidaggini, anche.
Nel mare magnum del giornalismo di nera, le mie specializzazioni sono quelle dei cold cases e della criminalità informatica. Scelte dettate, queste, dalle passioni. Un bel delitto di quarant’anni è un’altra cosa: io lo dico sempre, che non si fanno più i delitti di una volta.
E ovviamente, un’inchiesta partorisce pezzi che hanno delle caratteristiche precise. Ad esempio, sono più lunghi degli altri, perché espongono il risultato di mesi di lavoro. E’ quello che gli americani chiamano longform journalism, cioè quei bei articoli lunghi di una volta. Se non avete tempo per leggere tutto, il problema è vostro: noi la nostra parte l’abbiamo fatta. Il nostro contributo alla verità – e talvolta anche alla giustizia – l’abbiamo dato. Lo diamo sulla carta stampata, sul web e nel mio caso – non sono certo il solo – anche nei miei libri, scritti a quattro mani con Armando Palmegiani. Libri in cui, fedeli alla linea, riprendiamo casi freddi per tirare sempre, sempre, fuori qualcosa che prima non era stato trovato o detto. Come? Partendo dalla lettura di migliaia e migliaia di pagine di atti processuali. Questo è il lavoro che sta alla base del giornalismo investigativo. Bisogna armarsi di pazienza e passione, ma funziona.
Si dice poi spesso che in Italia il giornalismo investigativo non esiste. Balle. Non esiste una scuola codificata. Ed esistono tanti colleghi che hanno fatto e fanno i megafoni del Palazzo. Ma ce ne sono di colleghi che si sono fatti ammazzare per fare indagini: da Giancarlo Siani a Mario Francese, da Ilaria Alpi e Giuseppe Fava. La lista, purtroppo, è lunga.
Ma quando scovi qualcosa che i giudici non hanno saputo valutare, che le forze dell’ordine si sono lasciato sfuggire, beh, allora non ci pensi più e ti dici che sì, vale davvero la pena di fare tutta questa fatica, se il premio è uno di quei bei articoli lunghi in cui affiora, come un relitto, un pezzo di verità che ora brilla alla luce.


A cura di Fabio SANVITALE
Vice caporedattore CRONACA-NERA.IT .

Fabio Sanvitale è nato nel 1966. Giornalista investigativo e scrittore, è esperto di cold cases italiani ed internazionali e di criminalità informatica.

Ha studiato criminologia all’ Università “La Sapienza” di Roma con  Franco Ferracuti e Francesco Bruno.

Ha scritto per “Il Tempo”, “Il Messaggero”, “Detective”. Ha collaborato con “Rai Educational”, è docente in corsi di formazione criminologica e presso il Master in Scienze Criminologiche e Forensi de “La Sapienza”.

Ha pubblicato, con Vincenzo Mastronardi, “Leonarda Cianciulli. La Saponificatrice”, nel 2010; con Armando Palmegiani “Un mostro chiamato Girolimoni” nel 2011, “Morte a Via Veneto” nel 2012 e “Omicidio a Piazza Bologna” nel 2013.  Con Mastronardi e Palmegiani “Sangue sul Tevere” nel 2014.


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