UCCIDERE IL PARTNER CON L’ARMA DI SERVIZIO

La cronaca ci mette davanti all’evidenza drammatica dei fatti. Ed ogni volta ci si domanda se l’arma di cui dispongono determinate categorie professionali come le guardie giurate (ma non solo) si trovino nelle mani giuste. Se ci sia un modo di evitare che si trasformino da strumento necessario di lavoro a pericolo per la collettività.
L’ennesimo caso in cui una guardia giurata spara alla moglie – viva per miracolo – e poi si toglie la vita è accaduto a San Giorgio a Cremano (Napoli) nel settembre 2015 e si riapre il dibattito sul profilo psicologico di coloro che hanno la responsabilità e l’obbligo di detenere un’arma da fuoco.

Giuseppe ALVITI, Presidente della Associazione Nazionale Guardie Particolari Giurate (A.N.G.P.G.) dichiara: «La pericolosità intrinseca delle armi, tanto evidente da non poter essere trascurata, richiede la messa in atto di adeguate garanzie nei confronti della collettività e del singolo; il che comporta la necessità di verificare con estrema attenzione se chi maneggia armi è in possesso dei requisiti di salute mentale e di stabilità emotiva necessari ad escludere rischi. Ravviso un vuoto normativo che andrebbe prontamente colmato “cavalcato” dagli Istituti di Vigilanza che non sembrano essere particolarmente selettivi nel reclutamento delle G.p.G. e sono alquanto negligenti rispetto all’obbligo di sottoporre il personale dipendente a corsi di formazione e aggiornamento».

Ogni caso è però a se ed è una storia remota, tutta personale, la molla che fa premere il grilletto e compiere un omicidio nei confronti di un familiare è un momento di rabbia e non è il risultato di una intenzione omicida architettata e attuata a sangue freddo… Bisognerebbe anche analizzare e capire se questa “rabbia” è l’accumulo di stress dovuto alle condizioni probanti cui è sottoposta la guardia giurata nell’esercizio della propria professione (turni massacranti, straordinari, ecc.). Essa non può essere una scusante – sia ben chiaro – che giustifica reati efferati, si sta solamente cercando una eventuale correlazione tra i due aspetti.

Interviene Alessandro CASCIO, Segretario Nazionale dell’Associazione Professionale Investigazioni e Sicurezza (A.P.I.S.): «Il possesso di un’arma da fuoco in casa aumenta sensibilmente i tassi di omicidio a danno di mogli, conviventi, fidanzate e gli esperti concordano nel pensare che il fatto che l’ arma sia a disposizione proprio nel luogo, la casa, in cui è avvenuto il delitto, possa essere un fattore decisivo per il verificarsi del dramma. Si usa quello che si ha già a “portata di mano”. Certo, si può uccidere anche con un vaso da fiori o con un coltello, ma se si aggredisce con un’ arma le probabilità che “ci scappi il morto” sono assai elevate».

Sono troppo numerosi – inoltre – gli episodi e gli incidenti causati dalle armi in possesso delle guardie giurate dovuti a incuria e disattenzione che dimostrano la necessità di introdurre un addestramento specifico che impedisca o limiti di abusare delle armi e vanno assolutamente rivisti i criteri e i metodi di valutazione dei soggetti che richiedono un porto d’armi, nonché occorre attuare procedure periodiche per verificare se ci sono segnali di instabilità.

Si consiglia a tutti i possessori di armi di consultare il sito web www.ricercawar.com sulla prevenzione del rischio di abuso delle armi legali e speriamo che il decisore politico si accorga presto che urge una riforma.

Giuseppe ALVITI (Presidente A.N.G.P.G.)
Alessandro CASCIO (Segretario Nazionale A.P.I.S.)

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