L’ABUSIVISMO NEL MONDO DELLE INVESTIGAZIONI PRIVATE

E’ detto abusivo colui che esercita un’attività senza averne il diritto o il titolo, o la regolare licenza.

E’ un annoso problema di cui soffre – da sempre – la categoria degli investigatori privati. Cominciamo a stabilire che chiunque esercita abusivamente una professione infrange la legge (art. 348 C.P.) ed è punito con la reclusione fino a sei mesi (ed una multa assai esigua). Poiché per fare il detective privato occorre una “speciale abilitazione” denominata licenza rilasciata dalle PREFETTURE (U.T.G.), nonostante essi non siano iscritti in appositi albi, sembra ovvio che svolgere tale professione, anche se occasionalmente e gratuitamente, senza la necessaria autorizzazione costituisca reato penale. Adesso arriva la brutta notizia. In materia di depenalizzazione (legge 28.4.2014 n. 67), non appena verrà introdotto un decreto attuativo, tale reato comporterà tuttalpiù una sanzione amministrativa pertanto verranno sostanzialmente a cadere le poche tutele giuridiche che si avevano a disposizione. Invero – per contro – sono state presentate proposte di legge per un inasprimento della pena… Se si andrà in una direzione o nell’altra – per ora – è un mistero.

Ciò stabilito il gran frastuono che fanno certe “associazioni di categoria” che fingono di guerreggiare contro gli abusivi è una fatica del tutto inutile e patetica ed è una battaglia persa in partenza perché – comunque – i personaggi storici esercenti la professione di investigatori senza licenza sono tutti rimasti impuniti nel tempo e questa è la dimostrazione di una sconfitta palese.

Una criticità inverosimile e inammissibile – in aggiunta – è rappresentata dal fatto che gli abusivi del settore vendono informazioni prevalentemente alle stesse agenzie investigative e poiché il reato in esame può essere attribuito anche a chi agevoli l’esercizio abusivo da parte di qualcun altro ne conseguirebbe che a molti investigatori privati potrebbe essere ascritta la responsabilità penale a titolo di concorso nel reato di esercizio abusivo della professione. Questo frenetico commercio di dati estratti illegalmente configura – oltretutto – la commissione di altri reati, ben più gravi…

Sarebbe il caso – quindi – di liberarsi di tutta l’ipocrisia con cui, fino ad oggi, si è affrontato il problema e cercare nuove soluzioni. Più avanti azzarderò una proposta.

Ora vi chiedo – per esempio – se un CRIMINOLOGO compia o meno gli atti tipici e di competenza specifica degli INVESTIGATORI PRIVATI e in caso affermativo potremmo stabilire, sin d’ora, che sono tutti ABUSIVI! In realtà non è così perché lo “spazio di manovra” del CRIMINOLOGO è dato dalla possibilità di ricevere un incarico dagli avvocati penalisti o dai TRIBUNALI per svolgere perizie allo scopo di fare emergere la verità. La “perizia” nel processo penale/civile non è altro che una consulenza autorevole messa a disposizione da un esperto dotato di particolare competenza, definito Consulente Tecnico d’Ufficio (C.T.U.) o Consulente Tecnico di Parte (C.T.P.) o PERITO.

Sgombriamo subito il campo da eventuali equivoci e non alimentiamo le illusioni e le fantasie dei giovani che vogliono avvicinarsi a queste professioni specificando che introdursi sulla “scena del crimine” è pressappoco impossibile perché questo tipo di “collaborazioni/incarichi” in ambito giudiziario sono un’eccezione e non certo la regola, ovvero è piuttosto remota la possibilità di ricevere incarichi di matrice criminologico-investigativa e criminalistica di un certo spessore. Vale per un criminologo quanto per un investigatore privato!!!

Ritornando al problema dell’abusivismo mi preme chiarire anche un altro aspetto. Il legislatore attribuisce l’onere della prova a chi vuol far valere un diritto in giudizio. Tradotto significa che il cittadino ha il diritto/dovere di produrre prove per difendersi in tribunale e che per tale ragione è autorizzato a svolgere indagini, nei limiti consentiti dalla legge, nel proprio esclusivo interesse senza aver bisogno di alcuna licenza e senza essere obbligato a ingaggiare un detective. Quello che non può e non deve fare è – invece – svolgere indagini per conto di terzi, facoltà assegnata – appunto – agli investigatori privati. Produrre le “prove” (documentali e/o testimoniali) per dimostrare al giudice la veridicità delle proprie ragioni compete – infatti –all’attore (parte lesa) e al convenuto (imputato) spetterà – invece – l’onere della prova contraria, cioè dimostrare l’infondatezza delle accuse a lui rivolte.

Abbiamo – infine – la delicata questione legata alle “consulenze”, ovvero redigere un parere o fornire un consiglio non costituisce certo reato, neppure se lo fai a pagamento. Consiglio vivamente al soggetto agente, in questo caso, di esplicitare in modo inequivoco che egli non è munito di quella specifica abilitazione (licenza) ed opera in forza di altri titoli (counseling) o per esperienza personale.

Alla luce delle argomentazioni sopra esposte tracciare i confini dell’abusivismo sembra un compito arduo. E concludo – pertanto – esprimendo il mio inamovibile convincimento che è quello di liberalizzare la professione dell’investigatore privato.

La prima ragione è ancorata al fatto che un ABUSIVO è – innanzi tutto – un EVASORE FISCALE e per tale ragione non sopporta gli oneri di un’agenzia investigativa mentre se lo obblighiamo a costituirsi impresa per poter lavorare quanto meno lo mettiamo sullo stesso piano delle obbligazioni fiscali e previdenziali che hanno tutte le aziende.

La seconda argomentazione è che un ABUSIVO, nella maggior parte dei casi, è un INCOMPETENTE, cioè un soggetto PRIVO dei REQUISITI (morali e tecnici) per dotarsi di licenza e – pertanto – un concorrente sfornito della esperienza e delle cognizioni necessarie a svolgere questa professione e che verrebbe presto emarginato dalle leggi del mercato e dalle esigenze della committenza.

Si può sconfiggere l’abusivismo portando questi soggetti allo scoperto a competere sullo stesso piano dei detectives italiani e lasciando che sia il professionista a vincere sull’improvvisazione. La rettitudine sull’immoralità. Liberalizzare significa dare a tutti la stessa opportunità di poter dimostrare il proprio valore.

Molti investigatori privati, soprattutto quelli che hanno acquisito la licenza con il “vecchio ordinamento” (prima del 2010), si trincerano dietro l’autorizzazione prefettizia per nascondere le proprie lacune e mal sopportano l’idea di doversi liberare di questo titolo perché le loro carenze – in oggi – vengono occultate dal possesso di questa “licenza-burla”.

Alessandro CASCIO
Segretario Nazionale APIS
Procuratore Demetra Group

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