GUARDIE GIURATE: PALADINI DELLA GIUSTIZIA O PECORE NERE?

Il SAVIP (Sindacato Autonomo Vigilanza Privata) posta sul proprio sito una cinquantina di articoli sotto la voce “le pecore nere” che coinvolgono altrettante guardie giurate in fatti di cronaca, rilevati nel 2016. Certo le proporzioni non sembrano significative se pensiamo che le G.p.G. sono oltre 40mila e una cinquantina di loro – ogni anno – si lasciano coinvolgere in guai giudiziari, però colpisce il fatto che soggetti con una fedina penale immacolata all’atto dell’assunzione, teoricamente integerrimi e rispettosi della legge, una volta avviati al servizio, si possano macchiare di reati anche gravissimi.
Si va dagli abusi sessuali ai danni di una minore alle rapine, dalla detenzione e spaccio di droga all’usura, e poi estorsioni, furti, ecc.

Siamo andati a vedere cos’è successo nel 2016. Desta preoccupazione il fatto – innanzi tutto – che se una guardia giurata interrompe il rapporto di lavoro con il proprio istituto di vigilanza – comunque –  resta in possesso dell’arma, infatti la scorsa estate si sono consumati ben tre omicidi efferati, a Firenze, Pordenone e Torino dove ex guardie giurate hanno ucciso a colpi di pistola rispettivamente la madre, l’ex fidanzata e un amico.
Certo resta un dubbio: se non avessero avuto la disponibilità di un’arma da fuoco avrebbero ugualmente assassinato le loro vittime? Probabilmente no, vediamo il perché.

Le statistiche riportate da ANSA (FONTE: EURES – ANNO: 2013) innanzi tutto, ci indicano che le modalità di esecuzione degli omicidi commessi in ambito familiare/affettivo confermano come strumento principale le ARMI DA FUOCO (45% circa dei casi), cui seguono gli omicidi commessi A MANI NUDE (30% circa), contro – infine – le ARMI DA TAGLIO (25% circa). Non si tratta – quindi – di demonizzare le pistole ma semplicemente di riconoscere che le armi da fuoco sono lo strumento primario attraverso cui si commettono i femminicidi, nascondere o sottovalutare questo dato essenziale sarebbe disonesto.

Gli esperti – inoltre – ci indicano che il possesso di un’arma da fuoco aumenta sensibilmente i tassi di omicidio e sia un fattore decisivo. Si usa quello che si ha a “portata di mano”, questo è il principio portante. Certo, si può uccidere anche con un vaso da fiori o con un ombrello, ma se si aggredisce con un’arma da fuoco le probabilità che “ci scappi il morto” sono elevatissime.

Sicuramente si potrebbero evitare almeno una parte degli omicidi se gli assassini non avessero a “potata di mano” una pistola perché la maggior parte di essi non sono premeditati ma consequenziali a un litigio che scatena una rabbia incontrollata a cui segue una reazione scellerata.
Ecco perché quelle pistole non andrebbero lasciate ai loro possessori una volta congedati dal servizio, ossia se si viene licenziati o si va in pensione.

Contestualmente si riapre il dibattito sul profilo psicologico di coloro che hanno la responsabilità o l’obbligo di detenere un’arma da fuoco.

Alcuni episodi accaduti nel 2016.
A Ragusa G.G. minaccia l’ex fidanzata arma in pugno. A Roma G.G. picchia la fidanzata in un bar e poi punta la pistola contro i presenti. A Napoli un uomo ha sottratto l’arma a una G.G. e poi ha terrorizzato la folla presso un centro commerciale. A Bari una ex G.G. viene arrestata per porto abusivo di arma perché anziché lasciarla a casa se la portava a spasso. A Milano una G.G. viene pescata con un arsenale impressionante di armi e proiettili rinvenuti tra casa e auto. A Firenze una G.G. viene arrestata perché ha minacciato con la pistola un giovane che intralciava il suo tragitto in auto e poi ha intimidito persino gli agenti di polizia che sono intervenuti.
A Termini Imerese, a Brescia, a Canosa di Puglia e ad Arezzo si suicidano, sempre con quell’arma, quattro G.G.
Non sarà un po’ troppo?

Per contro anche gli appartenenti alle Forze dell’Ordine, seppure molto più numerosi delle Guardie Giurate (il rapporto è 350mila a 45mila, ossia 8 a 1) si sono resi protagonisti di alcuni episodi altrettanto macabri:
A Genova poliziotto uccide la moglie e le due figlie (10 e 14 anni). A Salerno un carabiniere uccide il padre in autostrada dopo una lite. A Rovigo un carabiniere è accusato di omicidio perché ha sparato a un signore che lo avrebbe importunato mentre era appartato in macchina con la fidanzata.  A Roma un poliziotto uccide un anziano che forza un posto di blocco.

La pericolosità intrinseca in questi episodi comporta la necessità di verificare con estrema attenzione se chi maneggia armi è in possesso dei requisiti di salute mentale e di stabilità emotiva necessari ad escludere questi rischi per cui vanno assolutamente rivisti i criteri e i metodi di valutazione dei soggetti che richiedono un porto d’armi, nonché occorre attuare procedure periodiche per verificare se ci sono segnali di instabilità. Soprattutto per coloro che dispongono di quell’arma h24.