“GIORNALISTA” INVESTIGATIVO PER PASSIONE

« Il Giornalismo è diffondere ciò che qualcuno non vuole si sappia, tutto il resto è propaganda. La sua funzione è quella di portare alla luce ciò che è nascosto, fornire prove e, pertanto, dare fastidio. »

Horacio Verbitsky

Per la sua natura il giornalismo investigativo viene svolto quindi da freelance. Il freelance (dall’inglese freelance worker) è un termine della lingua inglese per indicare un soggetto che effettua un’attività assimiliabile a quella del libero professionista, non essendo però qualificato come tale.

Pensare diversamente deriva da un errore di prospettiva, cioè nel considerare il giornalismo come attività tipica del giornalista, laddove oggi in tantissimi paesi e nelle istituzioni dell’Unione europea non ha alcun senso parlare di giornalismo quale attività riservata ad iscritti ad un albo (che non esiste praticamente in alcun altro paese). Il riferimento è, invece, all’attività giornalistica cioè al fare informazione indipendentemente dalla qualifica soggettiva, con ciò accogliendo un’interpretazione estensiva del concetto di giornalista che non si limita al professionista. Anche un cittadino qualunque può fare attività giornalistica e in tal senso può difendersi avvalendosi del diritto di cronaca.

Quando l’art. 21 della Costituzione riconosce che “tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione”, con questa amplissima formulazione tutela ogni soggetto e ogni forma di diffusione, chiarendo che non è ammissibile alcuna discriminazione tra idee e notizie, critica e cronaca, essendo tutte “libera espressione”. La tutela, quindi, non è legata né alla posizione soggettiva (giornalista iscritto all’albo) né al mezzo di diffusione (giornale cartaceo), ma soltanto al contenuto. La nostra Costituzione non conferisce rilevanza autonoma alla figura del giornalista professionista e non distingue tra i diritti, la libertà di espressione è garantita a tutti come anche il diritto di cronaca, né attribuisce ai giornalisti professionisti uno status privilegiato in ragione della funzione sociale esercitata. Sia il giornalista iscritto all’albo che il cittadino qualunque, hanno le medesime tutele nel momento in cui esercitano la libertà di informazione.

Fonte: http://www.valigiablu.it/giornalismo-diffamazione-web-e-il-caso-che-non-ce/


CHIACCHIERATA CON LA MIA COSCIENZA

– Ehi, cazzone, ma perché scrivi? – Perché a volte sono ispirato. – Sei che? – Sono ispirato, sento dentro questa cosa che deve uscire… Alle volte mi devo alzare la notte. – Non raccontare balle dai, siamo tra amici. Puoi anche dire la verità, tanto ti paghiamo uguale. – La verità. Vuoi saperla tutta? Alle volte non mi piace il mondo. Non mi piace per niente e allora la rabbia e lo sdegno, insomma m’incazzo e scrivo! – Ma va là, cazzone. Non vorrai darla a bere a me vero? – Sai una cosa? Non mi va di stare qui a dire a te perché scrivo. – Sì che ti va, eccome. Siete tutti uguali voi scrittori. Vi piace che qualcuno vi chieda qualcosa sulle cose che scrivete. Tu per esempio, quando mai qualcuno ti ha chiesto un parere? E poi ti piace dire la tua e chiacchierare, dai che ti piace… – Ma tu sei un specie di critico? Uno di quelli che sputano sentenze sulle cose che scrivono gli altri? – Dai, cazzone, non rigirare la frittata. Pace? – Okay, pace. – Allora dimmi perché scrivi, ma lasciamo fuori l’ispirazione, l’indignazione e anche il risentimento verso il mondo. Dimmi veramente perché ti dai la briga di scrivere. – Vorrei fare una cosa, una cosa che mi riesca bene. – Dai, cazzone, che stai andando bene. Sai che mi piaci? – Poi quando scrivo, inizio e finisco una storia. Mi piace più di tutto cominciare e finire e ricominciare. – Ahi, ahi, cazzone, vuoi dirmi che scrivi contro la morte? E non ti vergogni? – Sì. Anche quand’ero piccolo mi vergognavo di un sacco di cose e allora i grandi mi strattonavano di qua e di là. – Che rottura… – Sì, uno scassamento di palle continuo però sembrava che tutte le cose fossero importanti, che fregasse davvero a qualcuno quello che facevo. – Uno scrittore deve avere un’infanzia felice? – Non so se era un’infanzia felice. Ma tutto cominciava ogni mattina e finiva entro sera e poi dormivo come un sasso. Tutta una tirata dalle otto di sera alle sei di mattina. Adesso mi pare fosse una bella vita. – Dimmi della scrittura contro la morte, cazzone. – E se te lo scrivo? – Ma allora è proprio un vizio il tuo. – Sai che ogni tanto ho proprio il sospetto che non faccia bene? – Ti fa male la schiena o i cervicali a stare seduto? – Scrivere mi allontana dalle persone… – Ho porca puttana, la butti sul tragico, cazzone… – Perché continui a chiamarmi così? – Che permaloso che sei, è solo un nomignolo per dare un po’ di brio all’intervista… userai pure uno pseudonimo no? – Non certo cazzone. – D’accordo, basta cazzone. Pace? – Pace. Forse quando scrivo vorrei che mia madre fosse contenta di me, e invece… Lo sai che le ho letto l’ultimo racconto che ho pubblicato e lei mi ha detto che è pieno di porcherie e parolacce?! Questo ha notato nel mio racconto. Cazzo! Ma tutti dicono le parolacce e la vita è piena di porcherie… io vorrei fare una scrittura vera, che parli della vita. – Cazzo è più vero di accidenti? – Nessuno dice accidenti dopo i cinque anni d’età! – Anche questo è vero. Allora tu scrivi per tua madre? – No, non solo per lei. Forse mi piacerebbe… Vedi, quand’ero bambino le cose che facevo interessavano a tutti: ai miei genitori, agli zii, a mio nonno. Io vivevo e loro mi osservavano. Ogni giorno sembrava facessi ai loro occhi qualcosa di straordinario. Anche quella cosa di crescere, di diventare grande: io crescevo e loro mi misuravano sull’oro del tavolo ed era sempre una meraviglia. – Mi stai dicendo che scrivi per essere ancora un lattante, un pisciasotto frignante? Ma quanti anni hai? – Quaranta. – E dici niente. Dimmi di quella faccenda che scrivere ti allontana dalle persone, ma guarda che se fai il tragico ti chiamo ancora cazzone! – Alle volte penso che scrivere mi porti via un sacco di tempo. Potrei andare a trovare mia madre e mio padre, telefonare a un amico, andare a trovare gli zii, giocare con i miei nipoti, fare l’amore con mia moglie. Vivere la vita vera insomma, e non approfittare di ogni momento libero per fare questo giochetto… – E allora non scrivere. – E’ da un po’ che cerco di smettere. – E’ proprio un vizio. – Un vizietto sì. Quelle cose che si fanno di nascosto e da soli. – Però ti piace che tutti ti guardino. E questo si chiama esibizionismo. – Come uno che apre l’impermeabile e mostra tutto? Uno che si mostra nudo in mezzo alla gente vestita… potrebbe anche essere, mi piace. – Certo che c’hai una flemma. Ti si può dire tutto… Sarai mica uno di quelli superiori, che tutto gli scivola addosso? – Tutto tranne cazzone. – Torniamo alla scrittura cazz… d’accordo niente cazzone. Senti un po’ dicevi che volevi fare una scrittura vera e contro la morte. – Ho detto così? – L’hai detto. – Contro la morte non c’è niente da fare, meno che meno scrivere. Forse è meglio essere prudenti in automobile e andare da un medico se uno non si sente bene. – E la scrittura vera? – Forse ho esagerato. La scrittura non è vera, vera come la vita intendo, è una finzione, una costruzione, una imitazione, una trasfigurazione, fiction… – Frena frena. – Guarda che non ce l’hai tu l’acceleratore! E vai e frena… sai una cosa? Scendi immediatamente dalla mia macchina! – Ma non siamo in macchina. – Si che lo siamo. Mi hai chiesto un passaggio, sei salito e mi rompi il cazzo. Mi chiedi perché vai di qua, perché vai di là, questa musica non mi piace, cambia stazione, c’hai gli emmepitrè? Sai che ti dico? Adesso scendi immediatamente! – Dai cazzone, non siamo in macchina. Te la sei inventata. – Mi sono inventato tutto, compreso te. E adesso scendi! – No! Ma allora io… io non esisto. – Esisti solo finché scrivo di te. – Oh porca puttana. Pace? – Ma sì dai, pace. – Visto che siamo ancora amici me lo dici perché scrivi? – Ma vaffanculo.

[Estratto da “Gocce sulla neve” di Antonio G. Bortoluzzi]

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